The Loser Standing Small Beside The Victory
di Roberta Ranalli e Gianluca Gramolazzi




Da una stazione metro all’altra, in uno dei vostri mille spostamenti, potrebbe esservi capitato di passare per la Stazione di
Lancetti e accorgervi di un animarsi diverso dal quotidiano brulicare urbano e lavorativo. The Loser standing beside the
victory, è il titolo di questa serie di talk ed esposizioni realizzata presso lo Spazio Serra, che ha coinvolto artisti del
panorama contemporaneo emergente. Centro degli incontri è stato il tema del fallimento, personale, artistico, lavorativo,
umano, raccontato attraverso le frustrazioni, le riflessioni, il vissuto e le opere di: Andrea Barbagallo, Luca Bosani, Andrea
Cancellieri, Maria Castagna, Maria Cristina Cavagnoli, Stefano Comensoli, Nicolò Colciago, Alessandra Draghi, Annaklara
Galli, Nicola Gobbetto, Liana Ghuk Asyan, Silvia Hell, Luca Loreti, Martina Melilli, Valerio Rocco Orlando, Eleonora Rotolo,
Davide Savorani, Luca Staccioli, Patrick Tabarelli e Caterina Voltolini. Ma cosa si intende per fallimento? In che modo può
condizionarci, bloccarci, rafforzarci o renderci ancora più fragili? Per approfondire questo tema per me così attuale e
vicino, ne ho parlato con Gianluca Gramolazzi, curatore del progetto. Roberta Ranalli: Iniziamo la nostra chiacchierata da
Hua Cheng, davanti a una porzione di pollo alle mandorle e spaghetti saltati, anche per allentare un po’ la tensione
dell’argomento. Partirei dall’inizio. Come mai la scelta di questo titolo? Gianluca Gramolazzi: È la parte di una strofa di
The winner takes it all degli ABBA. Come capita in alcune loro canzoni l’inglese non è proprio “oxfordiano”. E questo
aspetto era uno dei punti che mi interessava esprimere: nonostante questi errori sono riusciti a diventare quello che
sono stati, e sono. Roberta: Uno degli insegnamenti più belli che ho ricevuto durante il periodo del liceo è stato che
l’errore rimane tale solo se non si è in grado di trasformarlo in qualcosa di più: di voluto e distintivo. Gianluca: Anche se
l’ammissione dell’errore, persino a se stessi, genera un sentimento di frustrazione. Parlando con amici e altri colleghi dei
propri “fallimenti” ho compreso che era un problema diffuso, generazionale di chi ha subito il passaggio da locale a
globale, da analogico a digitale. Roberta: Da “sociale” a “social”. Gianluca: Nelle dinamiche dei social network, ma anche in
quelle più interpersonali dirette, ciò che mostriamo è il nostro profilo migliore, il lato positivo; operiamo così un
meccanismo di rimozione e nascondimento del processo di frustrazione e dei micro-fallimenti che ci hanno portato fino
a quel punto, in quel determinato momento e luogo. Roberta: Mi viene in mente, a proposito dell’errore – che affianca,
per forza di cose, la dinamica di un processo creativo contraddistinto da fallimenti necessari e significativi – la
cancellatura, la nota a margine che contraddistingue le opere letterarie e artistiche del passato e che testimoniano la
bellezza della ricerca artistica. E penso che per le generazioni future non esisterà più, perderanno una parte importante.
Gianluca: La mia scelta va contro-questa-corrente, esponendo quello che l’artista non avrebbe mai mostrato
volontariamente o elaborazioni appositamente pensate per rispondere alla domanda: Qual è il tuo insuccesso o
fallimento artistico?. Inoltre volevo mostrare il lato più debole e fragile, quello che non viene mai mostrato, se non in
qualche eccezione, come ne Lavori da vergognarsi, ovvero il riscatto delle opere neglette di Cesare Pietroiusti.. Spesso
durante gli incontri è venuto a galla il concetto di “compromissione” e “autenticità dell’opera”. E questa compromissione è
sempre di più una questione personale, perché non vendi solo l’opera, ma anche te stesso. Il tuo personaggio. Roberta: La
scelta dello spazio è stata intenzionale? Gianluca: Sono passato davanti a Spazio Serra e l’ho visto vuoto. Ho subito
pensato che la sua architettura potesse rispecchiare l’idea della chiusura interiore indotta dopo un fallimento.
L’allestimento (che prevedeva l’installazione di pannelli bianchi che andassero a chiudere la visuale sia dall’interno che
dall’esterno Ndr) ha rafforzato questo primo input, concretizzando l’impossibilità di guardare fuori. Quando senti
addosso il tuo fallimento, non sei più capace di guardare oltre te. In qualche modo il fallimento ti trasforma in qualcun
altro. In qualcosa di altro. Tu non sei più tu: sei il tuo fallimento. Roberta: È come una seconda pelle. Mentre parliamo
arriviamo a Lancetti, in orario per l’incontro con Annaklara Galli. Le vetrate che affacciano sui tornelli del passante, le luci
al neon e l’atmosfera “fermata metro ATM” in effetti è proprio perfetta. La talk con Annaklara si fa subito interessante. Sia
lei, che Gianluca, che io (che incontravo l’artista per la prima volta) ci siamo parlati con una sincerità a tratti tagliente, che
mi ha fatta riflettere sia sull’efficacia del formato scelto da Gianluca che sulle potenzialità del tema. L’artista ammette la
difficoltà della richiesta di parlare e di esporre il proprio fallimento. “Perché – spiega – durante il percorso accademico ti
portano verso la costruzione di un personaggio, capace di difendere la sua opera e il suo processo, che è anche un
processo di vendita. lì dove la vendita non è solo dell’opera, ma del personaggio stesso.” Mettere al centro il fallimento è
un processo “ à rebours”. Durante il nostro incontro Annaklara mi ha posto una domanda molto vera: – Sfileresti mai su
un red carpet struccata?. Probabilmente no. La risposta non può che essere questa. Roberta: Ma nel processo artistico la
ricerca e il processo non sono un elemento accessorio. E se tagli la ricerca (i tentativi e i fallimenti) cancelli anche il
percorso. Annaklara: Il processo di sottrazione è, in effetti, un processo di superbia e “presunzione”. Poiché sono io a
decidere cosa e come far vedere. Roberta: Siamo una società di prodotti finiti. In cui la forma finisce per prevalere sulla
sostanza. Ma forse nell’arte ci si può concedere di osare di più. Di fare un passo verso una direzione altra… Gianluca:
Volevo creare un posto in cui poter parlare per 2, 3, o 6 ore e andare in profondità senza pre-concetti e pre-giudizi.
Ritrovare, anche nel fallimento, la complessità dell’agire e dell’altro. Potete ascoltare le rielaborazioni sonore delle talk
con i vari artisti ospitati presso lo Spazio Serra, su soundcloud al seguente link
Roberta Ranalli e Gianluca Gramolazzi
Annaklara Galli
Stiamo vivendo nell’era del prodotto finito, dove ogni oggetto, animale o persona deve essere presentato seguendo regole ben definite. […]