Ciò che perturba
di Gabriella Lo Ricco



I lavori di Annaklara Galli narrano di alcuni aspetti della condizione contemporanea indagati dal punto di vista di una giovane
artista polacca classe 1989. La sua giovane età segnala la presenza di un lavoro agli esordi, ma non di un pensiero che rimane in
superficie. Mentre la sua nazionalità indica il terreno in cui si innestano le radici del suo discorso. Un terreno aspro e insieme
fertile, in cui nel tempo si sono sedimentati traumi che appartengono a una dimensione collettiva e insieme una cultura filosofica e
storica ben rappresentata a titolo esemplificativo dal lavoro di Hannah Arendt. Annaklara Galli in effetti lavora a partire da fratture
e si muove su quel crinale che divide gli opposti. La sua attenzione spazia dai legami tra significante e significato, ai processi
attraverso i quali l’individuo si definisce e si realizza, fino a indagare i difficili rapporti che alcune realtà contemporanee
intrattengono con lo spazio individuale. All’ampiezza di tematiche sondate, Annaklara fa sovente corrispondere l’utilizzo di oggetti
notevoli dello spazio fisico e interiore sui quali compie operazioni di ribaltamento e slittamento di significati. In tal modo le sue
opere creano effetti di straniamento, a volte di shock, e rientrano all’interno di quel rinnovato interesse per il perturbante che
attraversa diversi ambiti culturali. Definito da Anthony Vidler come «metafora di una condizione moderna fondamentalmente
invivibile», il perturbante è quel trasalimento, quel disagio interiore che sovviene quando ciò che è familiare appare come qualcosa
di diverso. Solitamente segnala qualcosa di rimosso, un trauma, una frattura, qualcosa che non si riesce a ricordare o ciò che non si
desidera vedere, poiché in opposizione con quel principio del piacere che regola l’esistenza. Sintomatico di tutta una serie di
straniamenti e disagi che attraversano la contemporaneità, il lavoro di Annaklara solleva questioni, genera domande, interroga il
mondo in cui viviamo, e in un’epoca in cui gli ideali della neoavanguardia sono più lontani che mai, assume posizioni critiche. La
sua cifra, nelle sue diverse declinazioni, è un dualismo che nell’oscillazione degli estremi e a partire dalla sostanza emotiva che
provoca porta a riflettere.

Intimus e Segreto (2016), si basano su oggetti legati alla cura del corpo femminile: flaconi, profumi, boccette sono disposti
ordinatamente su mensole. Tuttavia, le immagini e gli oggetti normalmente associati ai rituali di pulizia, attenzione e valorizzazione
del corpo assumono un significato altro. Un flacone che dovrebbe contenere del sapone intimo custodisce in realtà le sostanze
ormonali che generano stress, paura e ansia. Mentre dei campioni di profumi contengono al loro interno scarti organici del corpo.
Nel momento in cui si assume una posizione più penetrante che supera l’immagine esteriore emergono stranianti contraddizioni
tra il contenuto e il contenitore. La medesima riflessione, spostata sul piano del discorso sociale, attraversa Catalogazione sociale
I (2014). Gli oggetti legati all’immaginario domestico si ribellano ai relativi proprietari: le loro etichette segnalano dei ruoli sociali ma
individuano in realtà quel medesimo contenuto verso cui tutti tendiamo, solo ceneri. Il corpo umano e parti di esso sono alla base
di Ricordo e Stesi i miei panni (2015). Lo spazio del corpo è utilizzato in negativo e trasformato in un vuoto delimitato da flaccide,
sfibrate e sporche superfici. Ciò che ci è più familiare e che ci identifica assume un significato ambiguo: massa, armonia di
proporzioni e bellezza si trasformano nei loro opposti. Quanto vale la tua vita? In 1750 g (2015) una bilancia pesa delle sezioni ossee i
cui midolli riportano le impronte di una moneta di euro. In effetti, nel nostro sistema economico, numerosi sono i meccanismi
attraverso cui tribunali, assicurazioni o sistemi sanitari decidono quanto siamo preziosi. In La cellulite è una malattia (2016) una
treccia composta da fili d’ottone riflettente evoca gesti amorevoli che però si trasformano in trappole: quell’elemento, nel suo
dipanarsi lievemente e morbidamente nello spazio, disegna e si trasforma in un cappio. Qui Annaklara Galli compie un’incursione
nella sfera della dialettica tra lo spazio individuale e quello dei media: il titolo dell’opera è lo slogan di una nota campagna
promozionale diffusa da una società multata per messaggi ingannevoli. Opera interamente realizzata per un pubblico sordo cielo e
muto (2014) prende spunto dalla dialettica tra le attuali strategie di marketing urbano e lo spazio personale. Realizzata in occasione
di Expo 2015, quest’opera assume una posizione critica circa il tema espositivo “Nutrire il pianeta. Energie per la vita”. L’immagine
gioiosa e popolare impressa su una tovaglia da tavola è interrotta e disturbata dall’inserimento di una fotografia di Kevin Carter.
Vincitore del premio Pulitzer del 1994, tale scatto negli anni Novanta ha testimoniato la carestia causata dalla guerra civile nel
Sudan. Sull’autodeterminazione, sia essa politica o sociale, sull’individuazione del sé, si concentra Libertus (2016). La valigia,
contenitore di cui ci si serve per compiere il proprio viaggio, in cui si ripongono oggetti e vestiti prediletti o ritenuti essenziali,
contiene in realtà una maschera e relativo filtro utilizzati durante il secondo conflitto mondiale in Polonia. Ciò che Libertus (lo
schiavo reso libero) porta con sé è qualcosa di “scomodo” e d’inquietante: è una maschera per proteggersi da ciò che risulta tossico
e dannoso a ciò che è veramente essenziale: la propria libertà. Un luogo notevole dello spazio fisico e di quello interiore, è al
centro di Accondiscendenza, 2015. La porta, simbolo per eccellenza del superamento di soglie, è resa difficilmente utilizzabile. Essa
non è di semplice apertura poiché le cerniere sono poste a ridosso della maniglia e la sua altezza di 165 cm non permette agevoli
passaggi. Quei criteri ergonomici che usualmente regolano le caratteristiche fisiche delle porte sono
dissestati. Accondiscendenza, permette di fare l’esperienza dell’attuale difficoltà di aprire porte, di superare soglie, di compiere
passaggi. Siano essi passaggi tra la sfera privata e quella pubblica, siano essi passaggi di crescita interiore.
Gabriella Lo Ricco – Milano, 25 gennaio 2017

Annaklara Galli often complements the variety of themes explored with the use of objects remarkably powerful both in the physical and
interior space, where she alters and deviates their meanings. In this way, her works create alienating and sometimes shocking effects,
which fall within that resurgent interest for “the uncanny” which is running in different cultural circles. “The Uncanny”, defined by
Anthony Vidler as “a metaphor for a fundamentally “unhomely” modern condition”, is that tremor and inner feeling of distress occurring
when something deemed familiar appears to be something different.
Gabriella Lo Ricco – Ciò che perturba (The Uncanny), 2016